Press Review



Sabato 9 aprile 2005

Così ho ritrovato il vero volto di Dante
Un vecchio negozio, il neon e una lunetta tutta rovinata.


(di Maria Monica Donato)

     Inconfondibile per secoli nel suo fiero profilo, arcigno come per chi ha il mondo «a gran dispitto», Dante sembra affacciarsi inaspettatamente con un «volto nuovo»: austero sempre, ma meno nasuto e meno disdegnoso, Così riappare — fra le mani un libro e una fronda d'alloro — in quella che fu l'udienza dell'Arte dei Giudici e Notai nella via del Proconsolo a Firenze, fra il duomo e il Bargello, dove un restauro ha recuperato ampi brani di un importante ciclo di affreschi del secondo Trecento.

     Il restauro svela molto di nuovo, arricchendo lo scarno inventario delle pitture superstiti degli edifici pubblici civili degli ultimi Comuni. Ma poichè Dante, fin qui, monopolizza l'attenzione — e sul resto ci sarà tempo di ragionare — concentriamoci su di lui.

     Dunque: è davvero, quel profilo, un "volto nuovo" e persino il "vero volto" di Dante, come nelle scorse settimane si è spesso letto nelle cronache, nei titoli più che nei testi (almeno nei testi più attenti)? E se non somiglia alla sua immagine consueta, perchè siamo certi che sia proprio lui? E se non fosse così "nuovo", nè così "vero", sarebbe ugualmente un documento imporante?

     Proverò a rispondere, avendo riconosciuto e discusso quel volto in una tesi, e poi in «Ricerche di storia dell'arte» (1986) e in «Studi sul Boccaccio» (1988): Boccaccio, sì, perchè nella sala Dante è rimasto in compagnia del suo devoto biografo; e i due, un tempo, non erano soli.

     Nel 1468 il domenicano Domenico di Corella, nel suo "Theotocon", ammira nella «nobile aula del proconsolo» — il massimo magistrato dell'Arte, che dà nome al palazzo e alla via — «immagini di grandi, adorni dell'alloro poetico». Qui, da fine Trecento, aveva preso forma una galleria in progress delle glorie letterarie di Firenze, che almeno sulla carta si può ricostruire. Testi chiave, versi latini del notaio Domenico Silvestri, che, come si legge nel codice che li conserva, corredavano sulle pareti i ritratti di «quattro poeti fiorentini»: Dante, Petrarca, Zanobi da Strada (modesto grammatico inopinamente coronato poeta) e Boccaccio oltre a quelli di Claudiano, poeta della tarda latinità allora preteso fiorentino, e del cancelliere umanista Coluccio Salutati. Per gli ultimi due, un documento accerta che a dipingerli fu Ambrogio di Baldese, nel 1406, quando Salutati era morto da poco e Silvestri era console dell'Arte.

     Claudiano, Dante, Petrarca, Zanobi, Boccaccio: è questo un canone messo a punto a fine Trecento, che si afferma come tema civico in un clima incendiato dalla resistenza della libera città al "tiranno" Gian Galeazzo Visconti. Se Filippo Villani, altro amico del cancelliere, li celebra in testa ai suoi "Famosi cives", nelle vibranti pagine di Coluccio i poeti sono il primo, formidabile vessillo della città; lui stesso li fa dipingere nel Palazzo della Signoria, entro un ciclo esemplare di antichi uomini d'arme e di Stato, putroppo perduto, e suo dev'essere il progetto, mai realizzato, di recuperarne le spoglie per seppellirle in Duomo.

     Di questo culto civico dei poeti, la galleria del Proconsolo fu parte integrante. I quattro moderni, ritratti «com'erano in vita» (dunque dopo il 1375, quando morì Boccaccio) erano già dipinti quando si aggiunsero Claudiano e Coluccio. E si porseguirà, nella città medicea: il successore di Salutati, Leonardo Bruni, sarà dipinto da Andrea del Castagno, Poggio e Giannozzo Manetti da Piero Pollaiolo; nel 1475 «Dante, Petrarca e gli altri» saranno restaurati.

     Entrando, con queste informazioni in mano, in quello che era allora un negozio, dove Ugo Procacci e Miklós Boskovits segnalavano pitture di fine Trecento, adocchiai in una lunetta i frammenti, sporchi e schiaffeggiati dal neon, di quattro figure paludate, due sole conservate nei volti, tutte con libro e alloro in mano: chi, se non Dante, Petrarca, Zanobi e Boccaccio, primo nucleo della galleria? La prova regina giunse anni dopo, quando Jonathan Nelson scoprì un disegno del 1540 che li riproduce integri, con didascalie.

     Il primo dunque è Dante: «colore bruno», «mediocre statura», labbro inferiore sporgente, come nel Trattatello di Boccaccio. Il naso pronunciato ma non vistosamente adunco, la bocca un po' all'ingiù, l'abito rosso scuro con risvolti — di lì a poco, quasi una sua divisa — lo avvicinano a una figura, celebre, del Paradiso dipinto nel 1337 dalla bottega di Giotto nella cappella del Palazzo del Podestà, oggi Bargello, anch'essa appena restaurata. Scoperta nell'800, mal conservata, quella figura si identifica con Dante sulla scorta di notizie elusive che ricordano in quella sede una sua immagine di mano di Giotto: ma, per molti, resta dubbia. L'affinità con il volto del Proconsolo conferma, almeno, che a fine secolo quella figura è riconosciuta, e imitata, come ritratto di Dante.

     Dunque il "nuovo" Dante non è poi così nuovo; ma, benchè largamente postumo (il poeta è morto nel 1321), è il suo primo ritratto impeccabilmente documentato sicuro testimone della sua più antica iconografia ufficiale. Se poi Dante avesse davvero quel volto, quel naso e non quello gibboso che il Quattrocento si compiacerà di ingigantire, è questione per cui vale quanto scrisse Gombrich del volto del Bargello: «Non voglio chiedermi se grazie ad esso potremmo riconoscere Dante per strada: questa domanda è destinata a restare senza risposta».

     Certo, «il desiderio dà forma a volti non tramandati», ed è lecito sperare di afferrare l'aspetto dei grandi: lo diceva già Plinio il Vecchio dei ritratti di Omero. Ma il profilo oggi recuperato è più prezioso del «vero volto», inseguito fra eruditi e patrioti fra Otto e Novecento, delle scelte di immagine della Firenze protoumanistica: che, decretando a Dante e alla sua "schiera" monumenti nei suoi maggiori edifici pubblici, fece del primato della cultura il suo slogan politico più alto e il segno di una vocazione alla libertà.